Poche ore fa il mondo ha appreso la notizia della morte di Leonard Cohen, cantautore canadese della cosiddetta “Generazione d'Oro” (quella a cui appartengono, per capirci, altri mostri sacri come Bob Dylan e John Denver, tanto per citarne due). Nato a Montreal nel 1934, Cohen è stato tra i più celebri interpreti del filone folk-pop americano, un genere che nella seconda metà degli anni '60 ha influenzato anche i grandi cantautori nostrani, a partire da De Gregori e De Andrè.

Fin dagli anni della gioventù, Leonard fu un appassionato poeta e scrittore: non a caso le sue prime opere furono raccolte di poesie (The Spice-Box of Earth, Flowers for Hitler) e l'album Six Montreal Poets, contenente otto poesie da lui recitate accompagnate dalla musica. Si affacciò nel mondo discografico che conta nel 1967, con Songs of Leonard Cohen, ma raggiunse il successo planetario quattro anni più tardi grazie a Songs of Love and Hate.

Tra i suoi più grandi successi ricordiamo Suzanne e So Long, Marianne, ma anche Dance Me to the End of Love, I'm Your Man e Hallelujah, di recente reinterpretata magistralmente da Rufus Wainwright. Eppure, nonostante abbia raggiunto la fama mondiale per la sua attività dietro al microfono, la dimensione dove il canadese si trovava maggiormente a suo agio era senza dubbio la poesia, come testimoniano le tante raccolte pubblicate dalla seconda metà degli anni '50 in poi. Oltre ai temi universali, quali l'amore e la morte (esistono per caso poesie che non parlano di questi due argomenti?), nelle sue opere ricorrono spesso le tematiche della giustizia sociale e della religione intesa come strumento di meditazione. Tutti i suoi testi – sia quelli musicati che quelli rimasti su pagina – riflettono la dicotomia della sua personalità, sempre in precario tra malinconico pessimismo (per molti anni Cohen soffrì di depressione) e il graffiante umorismo di matrice ebraica che spesso sfociava nella satira e nell'autoironia.

“Nato con il dono di una voce d'oro”, come sostiene lui stesso in Tower of Song, ha influenzato centinaia di cantautori americani e non grazie al suo canto roco, spesso sussurrato, che fu il suo vero marchio di fabbrica. Musicista, arrangiatore, romanziere, cantante, poeta: un artista a tutto tondo, forse troppo spesso dimenticato, a beneficio di altri che, pur non avendo neanche un centesimo del suo talento, raggiunsero il successo grazie agli eccessi e alla faccia tosta. Leonard era uno che, sottovoce, ti invitava a farlo “ballare fino alla fine dell'amore”. Quell'amore che, in uno dei brani più belli del XX secolo, descrive come “l'unico motore di sopravvivenza” (The Future).