Nella notte tra mercoledì e giovedì l’asso dei Los Angeles Lakers giocherà la sua ultima partita, ci sembrava opportuno dedicare un pezzo a un’icona come lui.

Kobe Bryant non può non rimanere scalfito nel cuore e nella testa di tutti. Non solo perché è stato ovviamente un grande campione, ma perché è stato un campione, per dirla alla Nietzsche, “umano, troppo umano”. Per tutto il corso della sua carriera è stato associato e paragonato a Michael Jordan. Il confronto con Jordan sarà un tema caldo, argomento fisso della speculazione giornalistica e del passatempo dei tifosi. Ma quel confronto è molto di più: è proprio attraverso la “dialettica” con Jordan che si possono scoprire fino in fondo i tratti caratteristici del numero 24.

Da una parte Michael, un fuoriclasse che tutti possiamo riconoscere come statuario, atemporale, perfetto, infine divino. Dall'altra Kobe, il quale ha rappresentato anche lui in vari frangenti tutti gli attributi che abbiamo dato a Jordan, ma che non li ha mai posseduti compiutamente, non riuscendo fino in fondo a renderli parte integrante della sua persona. Insomma Kobe ha il fascino debordante e ineguagliabile del semi-Dio, lui non è Zeus ma Hercules. Nel celebre affresco di Michelangelo sarebbe l'Adamo che tende il dito verso il Signore e arriva a quasi a sfiorarlo, ma non riesce a toccarlo.

Bryant è per tutti quanti magnetico, perché non ha dato l’impressione di poter vincere sempre e comunque, ma il più delle volte ha vinto. Perché non è stato sempre padrone di sé, ma rincorrendosi continuamente è divenuto grande, perché non sempre ha obbedito alla morale, spesso ignorando le virtù umane, ma ora chiunque vede e invidia la sua virtù. Tutto questo ci dà il quadro di un campione di carne ed ossa, di un uomo che come gli altri ha sentito la frustrazione, la paura, ma è riuscito ad imporsi e affermarsi come guida. E’ la parabola che ogni individuo vorrebbe per sé, la storia che in ogni uomo vorremmo vedere.

Ha mostrato un cammino che ogni giorno a noi sembra di fare, e un traguardo che tutti desideriamo. Lo ha raggiunto con la passione e la dedizione, spesso sbagliando, come abbiamo poc'anzi detto. Ma del resto, in amore non si sbaglia mai? O è proprio il troppo amore che ci fa sbagliare? Kobe ha amato il gioco come un padre ama suo figlio, come un uomo la donna della sua vita. Per questo egli ha fatto al gioco sia del bene sia del male; se per Jordan si è trattato di un rapporto passionale, per Bryant è stata una pura ossessione. Si evince anche da una frase della sua lettera d’addio, quando dice: << But I can’t love you obsessively for much longer”. E’ il messaggio di un padre o di un amante che vogliono far evolvere una relazione, lasciandone dietro i tratti distorti. Ma quel figlio o quell'amante, a loro volta non smetteranno di sentirsi legati a chi in un modo o nell'altro ha dato tutto, rispettandoli e donandosi a loro per una vita intera.