Ci risiamo. Di nuovo coi cordogli, con lo stupore e lo sgomento, di nuovo con le frasi di circostanza e le dichiarazioni preconfezionate, di nuovo con l’ipocrisia e la rabbia senza sbocchi. Questo è il copione che si ripete da anni dopo un attentato terroristico, e non certo innovativo è quello che agli osservatori tocca dire. I più suscettibili tendono a prendere subito la strada dei guerrafondai, a chiedere restringimenti delle libertà per gli islamici, invocando interventi bellici debordanti.

In una situazione così complessa è però necessario mantenere il sangue freddo, senza affannarsi a trovare soluzioni definitive, non esprimendo per forza cosa fare ma limitandosi anche a dire cosa non fare.

Tutto quello che non andava fatto lo sappiamo, e ormai lo ammettono in tanti anche tra i leader politici. Destabilizzare la Libia, la Siria, L’Iraq, ha chiaramente generato disorientamento e focolai di estremismo. L’estremismo religioso è la reazione di un popolo sfiancato da anni di soprusi, che cerca risposte facili e suggestive a un contesto che lo fa sentire eternamente oppresso.

L’Europa però, da sempre culla della civiltà e della democrazia, in questi episodi ha mostrato il suo volto più oscuro, restando prona agli interessi geopolitici ed economici degli Usa. Ecco che allora da continente amico sta finendo per essere percepita come continente nemico, e forse non è un caso che gli attentati si siano verificati a Bruxelles, uno dei quali a due passi dalla sede della Commissione Europea.

E’ infatti questa un’Europa allo sbando, che non riesce a distinguere tra lotta all’Isis e lotta a regimi discutibili ma ragionevoli, nonché democraticamente nominati, come quello di Assad.

Non contenta, l’Europa oggi è molto vicina alla Turchia di Erdogan e pensa di finanziarla, ignorando come Erdogan sia un leader troppo controverso, divisorio e d’ispirazione islamista. Erdogan è tra l’altro sospettato di finanziare l’isis, come molti giornalisti sostengono, e si pensa anche abbia dei coinvolgimenti negli attentati avvenuti in Turchia contro la popolazione Curda.

Quindi cosa fare? Meglio dire appunto cosa non fare, posto che sia una linea politicamente praticabile. L’attendismo è il ben venuto, esporsi non fa che moltiplicare i rischi. Si continui piuttosto a essere visti come una nazione non ostile; si intensifichino i controlli, ma a livello bellico si faccia il meno possibile pur di non inimicarsi i nuclei terroristici. Sarebbe anche di buon gusto non strumentalizzare l’accaduto, evitando di tirar fuori il vuoto slogan del “Più Europa”. Non c’è alcun motivo razionale per pensare che le tensioni internazionali siano più agevolmente fronteggiabili con ennesime unioni e accorpamenti. Le intelligence ci sono e hanno tutti gli strumenti per comunicare bene e velocemente tra loro, se c’è bisogno si può anche migliorare la connessione, ma la solita retorica del “grande pennello per un muro grande” ha francamente stancato, è solo uno strumento per cercare di conformare l’opinione pubblica verso un’integrazione ulteriore che la gente non desidera realmente e che sarebbe solo deleteria, considerando tutti i danni che già ha fatto un’integrazione per ora incompleta e insincera.

L’ultima riflessione va fatta sul multiculturalismo. Un ideale che ha evidentemente fallito, sia perché non ha propiziato vera e propria inclusione nei nostri Paesi di soggetti lontanissimi per cultura e vissuto, sia perché tanti di questi soggetti arrivati da lontano non sono stati capaci di adattarsi ai nostri costumi, giungendo nei casi peggiori a riaccendere l’odio per la civiltà occidentale e a ritrovare conforto in quel credo mussulmano da cui avevano cercato di emanciparsi, il quale invece ha fatto da migliore esorcizzante di una vita di serie B. E’ ora di mettere da parte il multiculturalismo, non certo eliminando totalmente le possibilità di scambio, ma smettendo di usare questa prospettiva per fini falsamente nobili e più autenticamente economico-politici.