Mario Draghi ha i riflettori puntati addosso, adesso più che mai, siccome la ripresa europea stenta a decollare e tutti vogliono sapere come gestirà la delicata situazione del sistema bancario. Anche per un manager del suo calibro non dev’essere facile sopportare la pressione, infatti recentemente - il 4 Febbraio - si è lasciato andare a una valutazione un po’ grottesca, dai toni decisamente “complottisti”, che inevitabilmente ha fatto sorridere, istigando i detrattori dell’eurocrazia a divertenti caricature. «Forze globali cospirano per tenere bassa l’inflazione», queste sono state le sue parole. A riguardo eccovi un link di approfondimento: http: //www. ansa. it/sito/notizie/economia/2016/ 02/04/draghi-inflazione-bce-no n-si-arrende_01d040c4-27f0-451 e-8c21-0355609a9fb9.html

Quello di Draghi è a mio avviso un tentativo estremo di confondere le idee circa un obiettivo importante ai fini della ripresa, ossia un giusto livello di inflazione, che purtroppo lui ha palesemente mancato. Ci ha provato con il poderoso QE ma nulla da fare, nonostante i miliardi iniettati nel sistema. A questo punto per capire davvero il problema, invece di dare la colpa a Sauron, io consiglierei di riflettere bene sulla natura del famoso fenomeno chiamato “inflazione”:

L’inflazione è l’aumento del livello generale dei prezzi. Siccome tale aumento non dipende sempre da un unico fattore, l’inflazione si divide in due principali tipologie: l’inflazione da costi e l’inflazione da domanda. Quella “da costi” è la diretta conseguenza dell’aumento del costo delle materie prime o di altri prodotti che un paese esporta in quantità, un export più dispendioso si lega molto spesso alla svalutazione del cambio monetario. L’inflazione “da domanda” invece, si genera quando l’economia è in un ciclo molto positivo e quindi sono riscontrati alti livelli di domanda (richiesta di beni). Se la domanda è alta, gli operatori economici sono indotti ad alzare il prezzo dei beni, determinando appunto un aumento dell’inflazione.

Tenete a mente che l’aumento della domanda ha prevalentemente a che fare con il livello dei salari, alla luce di questo non ci stupisce che l’inflazione sia irrisoria nell’Eurozona, considerando il rilevante indice di disoccupazione all’interno di tutta l’area, indice che logicamente non innesca una dinamica di rialzo dei salari. Se il lavoro non si trova facilmente, ci si accontenta anche di una paga insufficiente. Negli Stati Uniti invece la disoccupazione è scesa parecchio, ma il livello dei salari non è salito considerevolmente e le disuguaglianze stentano ad attenuarsi. Inoltre, la domanda (richiesta di beni) deve sempre essere rapportata all’offerta (offerta di beni). Non a caso l’inflazione si palesa proprio quando la domanda eccede sull’offerta.

Quanto abbiamo appena detto esprime una chiave di lettura importante e ci indica uno degli elementi principali che incidono sulla bassa inflazione, ovvero dei salari mediamente troppo bassi. Un profilo d’analisi che oggi è difficile sentire nei media di massa, in sostanza perché le autorità politiche non hanno interesse che nell’opinione pubblica penetri una visione del genere, visione che comunque è tutt’altro che fantasiosa e che è stata implicitamente confermata da scelte politiche passate, ad esempio l’abolizione della “scala mobile” compiuta tra il 1985 e il 1992, i più grandi lo ricorderanno. Ma non pensiate che Draghi non sappia tutto ciò, ovviamente lo sa, e deve dissimularlo con gli effetti speciali. Del resto, il presidente della Bce è consapevole del fatto che è proprio il sistema euro, dato il suo funzionamento, a vincolare la classe dirigente a politiche di compressione salariale. Le ragioni appunto sono esclusivamente tecniche, ed è stata la Commissione Europea stessa ad ammettere l’esistenza di tale questione, scrivendolo nero su bianco in un documento del 21 Gennaio 2014 che vi riportiamo: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-14-43_it.htm

E’ un comunicato stampa relativo al rapporto annuale su disoccupazione e sviluppi sociali, all’ultimo paragrafo si legge: “Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla "svalutazione interna" (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale e la sua efficacia dipende da molti fattori come il grado di apertura dell'economia, la vivacità della domanda esterna e l'esistenza di politiche e di investimenti che promuovano la competitività non di prezzo”.